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giovedì 15 gennaio 2009

Io boicotto

“La strategia più efficace per fermare un’occupazione sempre più sanguinosa è far sì che Israele diventi il bersaglio della stessa specie di movimento globale che fermò l’apartheid in Sudafrica”. Lo scrive Naomi Klein su The Nation (http://www.thenation.com/doc/20090126/klein?rel=hp_currently) ricordando come alcuni gruppi palestinesi da anni chiedono di condurre iniziative di boicottaggio e di disinvestimento contro Israele, simili a quelle che furono applicate al Sudafrica negli anni dell’apartheid. (http://www.bdsmovement.net/). L’intervento della Klein arriva mentre qui da noi le polemiche, gli imbarazzi, la confusione tra antisemitismo, antisionismo, critica al governo di Israele, si uniscono alla preoccupante difficoltà della sinistra di mobilitarsi contro il massacro a Gaza.
Alla causa del boicottaggio economico contro Israele – ricorda Klein – hanno aderito in questi giorni circa 500 artisti e studiosi israeliani. Questi “hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri chiedendo di sollecitare ai loro governi misure restrittive e sanzioni”. “Il boicottaggio al Sudafrica – continua citando la lettera – fu effettivo. Ma Israele viene trattato coi guanti bianchi. Questo sostegno internazionale deve cessare”. “Molti di noi – riflette ancora Klein – non riescono ancora ad abbracciare questa causa. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. Ma semplicemente non valgono abbastanza. Le sanzioni economiche sono l’arma più efficace nell’arsenale della non violenza”.
Naomi Klein passa poi ad analizzare e a confutare quattro obiezioni possibile al boicottaggio economico di Israele. La prima: “Le misure punitive allontanerebbero invece che persuadere Israele”. L’”impegno costruttivo” che il mondo adotta nei confronti di Israele – osserva qui la Klein – è tragicamente fallito”. Infatti nell’ultimo periodo “Israele ha goduto di una forte crescita delle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con una varietà di alleati”. “E’ in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra, con la certezza che non avrebbero dovuto affrontare significative reazioni.”
Seconda obiezione: “Israele non è il Sudafrica”. Naomi Klein cita a questo proposito il parere di Ronnie Kastrils, un politico sudafricano. Questi ha osservato che “l’architettura di segregazione vista all’opera nella West Bank e a Gaza è infinitamente peggiore di quella dell’apartheid”. “Il boicottaggio – aggiunge l’autrice canadese – non è un dogma, è una tattica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio può funzionare”.
Terza obiezione: “Il boicottaggio restringerebbe la comunicazione e noi abbiamo bisogno di più dialogo”. Naomi Klein cita a questo proposito un’esperienza personale: racconta di aver smesso di pubblicare i suoi libri in Israele con la casa editrice Babel e di aver scelto al suo posto la più piccola e indipendente Andalus, “una casa editrice militante, profondamente convolta nel movimento contro l’occupazione, la sola casa editrice israeliana che traduce testi arabi in ebraico. “Il nostro piccolo piano di pubblicazione – racconta ancora Klein – ha richiesto decine di telefonate, scambi di email e sms tra Tel Aviv, Ramallah, Toronto, Parigi e Gaza City. Voglio dire, appena inizia una strategia di boicottaggio il dialogo cresce in maniera fortissima. L’argomento secondo il quale il boicottaggio produce una separazione è specioso data la disponibilità di tecnologia a basso costo che abbiamo tra le mani”.
L’ultima obiezione analizzata da Naomi Klein è questa: “Non sapete che molti di questi giocattoli tecnologici provengono proprio dai centri di ricerca israeliani, all’avanguardia mondiale dell’informatica”? La Klein, a questo proposito, cita il caso di Richard Ramsey, responsabile di una compagnia inglese specializzata in tecnologia per internet. Dopo l’inizio dell’assalto a Gaza, Ramsey ha rotto i rapporti con la compagnia israeliana MobileMax con questa email: “A causa dell’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non ci riteniamo più nella posizione di fare affari con voi né con nessuna altra compagnia israeliana”. “Ramsey – spiega la Klein – ha dichiarato che la sua non è stata una decisione politica; semplicemente non voleva rischiare di perdere clienti”. E conclude Klein :“E’ stata questa sorta di freddo calcolo affaristico che ha portato molte industrie a rompere i rapporti con Sudafrica, vent’anni fa. E precisamente questo calcolo rappresenta la nostra più realistica speranza di rendere alla Palestina quella giustizia che le è stata così lungamente negata”.

[Naomi Klein]

venerdì 9 gennaio 2009

il mio piccolo razzo...

Dalle dichiarazioni della Croce Rossa Internazionale sulla Striscia di Gaza:

"I loro corpi puzzavano perché giacevano, là dove erano morti, da troppo tempo.
I bambini erano deboli, troppo deboli anche per stare in piedi, perché lasciati privi dell'assistenza delle loro madri morte.
Una donna, tagliata in due dal colpo di un carro armato.
Due donne uccise da un missile nel cortile della loro abitazione."

"Abbiamo tirato fuori dalle loro abitazioni più di 90 persone che erano rimaste intrappolate in casa. Il loro aspetto era orribile: sono rimasti senz'acqua e senza cibo per giorni e giorni. Lo spettacolo che si è presentato agli uomini della Croce Rossa era devastante. Abbiamo chiesto un passaggio sicuro all'esercito israeliano sin da sabato, ma il permesso ci è stato concesso solo oggi".






E allora mi persi....


"Invece di andarmene da qui
piuttosto che
lasciarti ancora la soddisfazione
decisi di cambiare totalmente la mia posizione
è solo che
mi persi

E ancora ieri
consideravo che
se tu non c'eri io..
però è un pensiero inutile
ma sì ma sì lo so qual era il modo esatto
per riavere tutto
è solo che
mi persi

E poi chissà
ognuno ha il suo piccolo razzo
lanciato nel blu dello spazio
con dentro frammenti di sé
eh già

Ma sì ma sì lo so che avrei dovuto
prenderti e sfidare il mondo
è solo che
mi persi

Ma sai che c'è
che se ognuno ha il suo piccolo razzo
io devo aver perso il contatto
e adesso perdonami se
mi è rimasta soltanto
la parte peggiore di me"
[Mi persi, Daniele Silvestri]

martedì 6 gennaio 2009

Se Israele e Bush fomentano lo scontro di civiltà

Incollati davanti ad Al Jaazera che trasmette le immagini delle distruzioni e del massacro che avviene nella striscia di Gaza, i palestinesi della Cisgiordania per non impazzire si fanno muro, come quel muro dell'apartheid e dell'annessione coloniale che Israele continua a costruire con la solita arroganza e la certezza della sua impunità.

Sono rientrata ieri sera dalla Palestina e da Israele, ho accompagnato e organizzato un viaggio di conoscenza e solidariet di un gruppo di 50 italiani di diverse localit ed estrazioni sociali. Siamo stati a Jenin, nel campo profughi dove nel 2002 vi stato un massacro, abbiamo incontrato Zakaria Zubeidi che ha lasciato le armi per una resistenza culturale e non violenta nel Freedom Theatre, deluso da Hamas e da Al Fatah, siamo stati a Tuwani, a Hebron, dove coloni fanatici tengono in ostaggio migliaia e migliaia di palestinesi, a Betlemme dove il muro taglia la citt e i campi, a Gerusalemme Est dove Um Kamel stata cacciata dalla sua casa per far posto a coloni ebrei che non sono sopravvissuti all'olocausto ma arrivano da Brooklyn, sostenuti dai finanziamenti di organizzazioni estremiste ebraiche e dal Tribunale Israeliano.

Ovunque abbiamo trovato dolore, rabbia, ognuno di loro ci ha messo di fronte alle responsabilit della Comunit Internazionale, complice e inerte di fronte ai crimini dei governi israeliani. Ma abbiamo trovato anche determinazione a continuare a resistere quotidianamente e a non farsi distruggere nemmeno psicologicamente dall' ingiustizia dell'occupazione.

L'autorità Palestinese dal giorno dei bombardamenti a Gaza ha dichiarato uno sciopero generale di tre giorni. Gerusalemme Est era deserta come nei giorni degli scioperi della prima Intifadah. Salam Fayyad, primo ministro, nell'incontro che abbiamo avuto ci ha chiesto di lavorare per il Cessate il fuoco immediato e ad impegnare l' Unione Europea a sospendere il potenziamento delle relazioni e della Cooperazione con Israele.

Abbiamo partecipato a diverse manifestazioni in Palestina e Israele, a Ramallah, Jaffa, Gerusalemme. Purtroppo non manifestazioni di massa. A Ramallah la manifestazione pi grande anche se con scontri tra Hamas e Fatah e la polizia palestinese che tentava di distruggere emblemi di Hamas e ad impedire scontri al check point di Beit El con i soldati israeliani. Ma come diceva Nayla Ayesh di Gaza, rifugiata a Ramallah, "anche se con scontri almeno qui siamo tutti insieme". A Jaffa vi erano i giovani e le giovani Refusnik, gli anarchici contro il muro, la coalizione delle donne per la pace, e in grande prevalenza giovani donne di origine palestinese, con slogan che mettevano in imbarazzo noi, gli israeliani e i palestinesi della sinistra. Infatti Allah Akbar - Allah grande - era lo slogan pi urlato.

Tante sono le iniziative in Israele dai Refusnik, ai poeti,, agli scrittori, ai combattenti per la pace, Tayyush, i partiti arabi in Israele, le donne per la pace, Gush Shalom ieri ha manifestato insieme a tanti altri gruppi a Tel Aviv. Gli israeliani che manifestano sono davvero persone straordinarie, il fatto che non siano milioni di loro che inorridiscono di fronte alla persistente scelta militare di Israele non li rende meno importanti.

Gli intellettuali pi conosciuti da noi come Amos Oz a Yehoushua, continuano a svolgere un ruolo tragico, sempre a giustificare la necessit degli attacchi militari e a chiedere poi di fermarsi, come con la costruzione del muro. Peace Now, a partire dalla seconda Intifadah ha smesso di svolgere un ruolo di movimento e si limitata a denunciare e a monitorare la crescita degli insediamenti.

Del resto anche in Europa, la consapevolezza che vi tra la popolazione (malgrado la manipolazione dei media) della disparit tra i bombardamenti e i rockets non si traduce in mobilitazione di massa. Le pi grandi manifestazioni si sono tenute in Francia, Belgio e Gran Bretagna dove numerose sono le comunit arabe e musulmane e come a Jaffa gli slogan che risuonavano di pi erano quelli di "Allah Akbar". Nulla ovviamente contro chi crede in Allah, ma d il segno di come dalle guerre preventive di Bush alla non soluzione del diritto dei palestinesi ad un loro stato, sia cresciuto lo "scontro di civilt" e di come un conflitto come quello palestinese israeliano, che per la sovranit nazionale contro la colonizzazione dei territori occupati nel 1967 abitati non solo da musulmani ma da cristiani, armeni, circassi, atei, agnostici, sempre di pi viene fatto apparire come scontro tra islamici fondamentalisti e il "mondo libero". E' il messaggio che porta Tzipi Livni quando visita i nostri paesi.

Intanto i sondaggi in Israele rivelano che Ehud Barak senza fare campagna elettorale cresciuto nelle preferenze. Noi dovremo mobilitarci anche per riuscire a portare Barak, Livni e altri davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Ma ora soprattutto per il Cessate il Fuoco subito, per la fine dell'assedio e il blocco degli insediamenti. Che si fermino i bombardamenti a Gaza e i rockets su Israele. Che non vi siano altre vite perse siano essi palestinesi o israeliani.

[Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento Europeo]

da Il Manifesto 4 gennaio 2009

sabato 3 gennaio 2009

QUANTI MORTI ANCORA PER SENTIRVI CITTADINI DI GAZA?




Ramallah, 27 dicembre 2008.


E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

[Mustafà Barghouti, ex ministro dell'informazione del governo di unità nazionale palestinese]


giovedì 18 dicembre 2008

Tra uno schiavo e un padrone non può esserci pace

Oggi ho intervistato T., 23 anni, palestinese

Taccazzi alti e neri, jeans aderenti, giacchetta un pò aderente che arriva al ginocchio e il velo che le incornicia il volto, un pò paffuto, bello, vero..e gli occhi, due occhi giganti neri neri e un pò lucidi.

Non lo avrei mai detto, ma è un ex detenuta, prigioniera politica.
L'accusa? Manifestazioni e volantini contro l'occupazione, sui diritti umani all'università.
La prima volta che le ho chiesto perchè era entrata in carcere mi ha risposto con una naturalezza disarmante: "Perchè sono Palestinese".

Mi ha raccontato del carcere, mi ha disegnato la cella, mi ha raccontato l'arresto, i 27 giorni in isolamento, ma è riuscita a riempirsi gli occhi di lacrime solo parlando del suo ragazzo.
E io, proprio donna fino in fondo......

Il suo ragazzo è in carcere, 7 anni di carcere, prigioniero politico.
Lei non lo può vedere, perchè essendo un ex detenuta lei non può muoversi dalla Palestina, anzi dal distretto di Ramallah per l'esattezza.
Mi dice: "Sai Vale come funzionano le cose qua in Palestina....qua si fa il "fidanzamento generale", quello per tutti e così due anni fa l'abbiamo fatto". Una settimana dopo è stato arrestato.
"Ma tu devi vedere com'è bello, gli occhi mi fanno impazzire, più bello di quando ci siamo conosciuti all'università".
E ce la ridiamo come se stessimo parlando del tipo che abbiamo incontrato ieri sera al Vag.
Innamorata e consapevole di esserlo, quasi non preoccupata dei 5 anni che deve ancora scontare per finire la condanna, "ma poi ci sposiamo...i figli dopo, perchè prima voglio stare con lui e basta"...cinque anni senza una carezza, una bacio, uno sguardo...
"Mi ha promesso che mi porterà in Italia, perchè lo sa che adoro l'Italia"...ma lo sa e me lo dice che non sarà così, perchè loro non potranno mai uscire dalla Palestina.



E' preoccupata solo perchè lo stipendio che le danno è proprio basso (la metà rispetto a quello che danno alle colleghe inglesi e italiane....alla faccia della cazzo di cooperazione) e lei non ce la fa a mantenere la mamma e le tre sorelle ora che il papà è morto; però mi dice che non ha paura del carcere, perchè la "mia vita in Palestina è una prigione a cielo aperto."

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e' sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara' scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero' nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra i ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d'usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

[Mahmoud Darwish, poeta palestinese]


"Però è la mia terra, io non mi ci sposto, ORGOGLIOSA DI ESSERE PALESTINESE...anzi ti dico che se non fossi palestinese, desidererei esserlo"

venerdì 5 dicembre 2008

Power Point esplicativi....

Oggi gitarella fuori porta....

Oggi è venerdì...l'equivalente della domenica bolognese...ma pranzi sociali oggi neanche l'ombra.
Scatta però l'invito a pranzo.
Vale accetta.
Inaspettatamente mi ritrovo dentro lo stato di Israele, sulla Green Line, cioè quella avrebbe dovuto essere la Green Line da accordi...peccato che più si va avanti con gli anni, più la linea transita magicamente verso est con delle operazioni degne delle migliori stregonerie.

Già il pranzo dà il suo pensiero. Mi ritrovo sempre più spesso a leggere siti internet che inneggiano all'odio dell'arabo, però chissà perchè quando si vogliono globalizzare le merci tutti se volemo bene...cosicchè pranzo completamente arabo in Stato israeliano, circondata da simpatici militari che si abbracciavano i loro mitra-prostitute tra un boccone e l'altro.

Finita l'abuffata, andiamo quatti quatti verso il monastero maronita....so che esistono questi personaggi ma non so bene quale sia la loro filosofia di vita...mi documenterò.

Pochi metri sulla sinistra c'è Emmaus, luogo biblico sacro un pò per tutti.
Incontro una donnina italiana sui 35 indefiniti, che fa la "donna" in una comunità di preti.
Iniziamo a parlare.
Nella sua pace interiore mi illustra il pericolo dell'arabo, così diverso da me, CULTURALMENTE diverso!!!!
Ok parliamone perchè non ci siamo...
Tra un attore palestinese, dunque un arabaccio, che ha girato l'Europa che parla di Gramsci, di Van Gogh, di politica, di sesso, di rivoluzione-che-meno-male-che-continuiamo-a-crederci e tu suora senza velo che mi dici che il problema arabo-palestinese nasce nel cuore degli uomini, chi è il più "culturalmente" diverso da me????

Come è possibile che ci sia ancora qualcuno che creda che il problema della Terra poco-Santa sia il dialogo interreligioso? Come si fa a non voler vedere la vera natura della questione?

Di fianco ad Emmaus c'è un parco, "Canada Park" lo chiamavano...uno di quei posticini da grigliata domenicale per famiglie, un bosco meraviglioso...
Se non fosse che per costriure artificialmente quest'opera biologica, nel 1967 qualcuno ha avuto la lussureggiante idea di radere completamente al suolo tre villaggi arabi.
Questo è il link per vedere il trailer di un film,"Memory of the cactus" che parla proprio di questi tre villaggi...
Il mio brillante accompagnatore mi ha drammaticamente mostrato che sotto quell'albero c'era la casa di suo padre, che sotto quell'altro albero c'era il pozzo, che il tortuoso sentierino per ciclisti-faccio-fitness-per-dimagrire c'era la strada principale....

Sarò monotona, tremendamente monotona, ma per l'ennesima volta tristezza e rabbia assediano i miei pensieri.

Andrei dalla suorina laica ancora per chedergli cosa c'entrano in questo colonialismo contemporaneo i dissidi tra Allah, Jahvé e Dio?

Potrei fargli un Power Point per illustrarle sinteticamente quante volte in nome di questi dissidi uomini laici e religiosi hanno espropriato libertà, terra e vite.

Sto rileggendo questo post...mi dico da sola che sto veramente asciugando con tutta sta tristezza...va là che concludiamo in bellezza e con un pò di poesia, giusto per disegnare qualche fiorellino (come mio solito, dirà qualcuno...) sulla pagina di questa giornata.
Oggi mi sono incantata su un uccellino, era minuscolo, bianco e nero e se ne volava da solo in un cielo che così azzurro è solo in Palestina; per due minutini si è mosso sopra di me, un pò bloccato dal vento forte.
Mi sono sentita in compagnia....piccoli e insegnificanti che si sbattono...

giovedì 27 novembre 2008

Muri, ulivi e lacrime

Dedico i miei ultimi minuti di lucidità (se coì si può chiamare) alla Palestina.

Ieri notte finalmente ho finito di vedere un documentario sulla Palestina...era da un anno che me lo ripromettevo e finalmente ce l'ho fatta.

THE IRON WALL di Mohammed Alatar

Si può vedere diviso in 6 parti (questo è il link della prima http://it.youtube.com/watch?v=LSPatKNo-3Q) o nella versione unificata.
Insomma si può fare quello che si vuole basta che lo si veda.

Il film, in particolare, mosta uno degli aspetti più tremendi della poltica dello Stato di Israele: i settlements e la costruzione del muro.
Prima di andarmene dovrò dedicare qualche parola in più a queste entità denominate "coloni"....

Premetto che da quando sono qua mi è capitato pochissime altre volte di ritrovarmi con gli occhi gonfi e rossi per una situazione, un racconto, un immagine...
Ieri è stata una di queste.

Gli ulivi
Ho pianto per degli alberi di ulivo.
Non l'ho fatto per le persone e l'ho fatto per gli ulivi.
Non sono solo piante...
Sono LA Palestina: è la terra di secoli, è il sacrificio di tuo padre, è il sudore tuo e di tua moglie, è l'unione della famiglia che le raccoglie sotto il sole, è tuo figlio che ci gioca sotto, è il tuo passato, è la storia tua e del tuo popolo, è identità, è il tuo presente, è cibo sulla tua tavola, è il tuo futuro, è l'eredità per i tuoi figli, è dono di Allah, è il tuo desiderio, è il tuo sogno, è la TUA terra, è la tua vita...




Distruggi un ulivo e ditruggi un uomo, godi del suo dolore, gioisci del tuo bieco colonialismo, espropri la Palestina che non è dono dal cielo concesso a te.

Sentivo il rumore della sega elettrica e piangevo...
Guardavo l'uomo disperato, per di più arrestato dai soldati e piangevo...

Tristezza, rabbia e incomprensione.

lunedì 17 novembre 2008

Fare l'amore con la Palestina




E vibra nella mano che accarezza Samira. Vibra nel polso che batte il tempo e scandisce la rabbia. Vibra nel braccio teso ad abbracciare questo dolce fucile. Vibra negli gli occhi sognanti di mare. Vibra nella bocca muta che sussurra di pace e di guerra. E vibra nel collo stretto da Hatta, amata puttana. Vibra nella pancia che spinge rabbia e impotenza. Vibra nella voglia di fare l'amore, lento e profondo. Vibra nelle gambe che vogliono correre via e tornare e poi correre via. Vibra nei piedi che pestano odio.
Vibra Samira, corteggiata e gelosa. Vibra Samira per Jaffa, Nablus, Gaza, Jenin e Ramallah. E i due amanti neri vibrano, vibrano per la Palestina, vibrano di Palestina.


venerdì 14 novembre 2008

Una straniera con la febbre

Riinizio con un pezzo di Cyrano che ho messo pochi giorni fa.
Sarà perchè questa canzone continua a entrarmi in testa in questi giorni.
Sarà perchè guardo la Palestina di qua e la mia Palestina italiana e continuo a ripetermi:

"Dev'esserci lo sento in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto"
[F. Guccini]
Risento la sentenza dell'irruzione alla scuola Diaz.
Assolti i reponsabili della strategia, assolta la politica, principale colpevole.
Il mio pensiero viaggia dagli ulivi palestinesi bruciati dai coloni, a una mamma che viene bloccata a un checkpoint mentre il bimbo le muore nella pancia e lei con lui, a una risata umiliante di un soldato, al diritto negato ai clandestini di accedere al diritto alla salute, ai ghetti nelle classi delle scuole, all'università che non è più cosa pubblica, a un'informazione ridotta in silenzio dalle leggi del mercato e dalle leggi della politica, da una sentenza che nonostante le evidenze assolve porci e cani......no, in terra forse questo posto non c'è.

E' una tristezza e una frustrazione che divora, se tu le dai spazio.
E io non gliene voglio dare stasera.

E ci sono almeno due motivi per cui non voglio dare questa soddisfazione al "morto disadorno".

Il primo è che voglio rimanere straniera a questa merda...se la incontro so che è merda, la pulisco quando riesco, ma non voglio che si prenda il mio profumo.

"Da vita a morte è solo storia di grottesca assenza
Di sete d’aria fresca e nuova e fame di vacanza
Così ogni tanto cerco attorno chi dallo sguardo fa sfuggire
Sul piombo grigio d’ogni giorno la voglia di partire

Siamo stranieri a sta città
Siamo stranieri a questa terra
A quest’infame e dura guerra
Alla viltà e al letargo
Prendiamo il largo verso altrove
Dove non seppellisci i sogni
Dove non inghiottisci odio
E arrivi a odiare i tuoi bisogni…

O morte vecchio capitano
Salpiamo l’ancora, su andiamo
Inferno o cielo cosa importa
Da questa vita morta
Come straniero partirò
Senza più niente da sperare
Fra quattro assi e dieci chiodi
Vedi c’è odor di mare… e ciao"
[Alessio Lega]
E il secondo è che ho la febbre, una febbre meravigliosa e oggi non posso pensare ad altro

"Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi 'nda ll'ossa
ccu tuttu ca fora c'è a guerra
mi sentu stranizza d'amuri
l'amuri."
[F. Battiato]

lunedì 20 ottobre 2008

Suono Di Bombe

Non sapevo dell'esistenza delle sound bombs.
In realtà non so niente neanche delle bombe "convenzionali".
In realtà non so niente neanche di armi e munizioni.
In realtà non so niente di come si fa una guerra...forse come si fa una guerra si, come la si vive un pò meno.

Beh, recente acquisizione nel mio prontuario esperienziale è stata la sound bomb.
Un buon benvenuto fresco e pronto firmato Isreale, proprio il primo giorno a Ramallah.

Scoppio di una bomba in faccia a un attivista al muro. Una bomba????? Mi aspettavo di trovare braccia squarciate, visi mutilati, urla e tragedia come nella miglior riproposizione di Guernica.
In ospedale c'era invece un clima di ordinaria compostezza e il casino più grosso lo facevamo noi, in mezzo alle palle, a guardare senza troppe parole la scenetta.
Questo ho sentito: di essere uno spettatore a teatro, in uno di quegli spettacoli ermetici, surreali, di difficile comprensione. Mi sono sentita fuori posto.

Viso gonfio, camicia intrisa di sangue...mi chiedo se una bomba causa questo, chiedo se una bomba fa questo.

L'uomo stava lì su una barella, tartassato di domande da medici e giornalisti...Lo guardo,mi chiedo perchè accetta di essere circondato da estranei interessati alla sua situazione e non a Ahed, lui.
Forse "RESISTERE" vuol dire questo: ricordarsi del te stesso e contemporaneamente dissolverlo in qualcosa di più grande, un qualcosa che comprende anche te. Resistere, forse, è continuare..
Ed è per queto che mi sembra che il suo corpo perda identità: diventa per un istante UN corpo politico, che parla di politica, che mi dice ciò che sta accadendo.

L'uomo è un attivista al muro, uno politicante, non un ribelle americano dell'ultima ora; uno che probabilmente sa come dire, cosa dire e quando dire le cose; uno che stava al muro in una dimostrazione pacifica; uno che stava lì soltanto per parlare, per denunciare con le parole.
Ma a Ni'lin (il villaggio della manifestazione) la parola è fin troppo pericolosa e così un soldato decide di imporre il time-out.

Cos'è una sound bomb? Mi sono informata ma non è che ci abbia capito molto. Di sicuro ho capito che queste bombe non lacerano la pelle. In una logica di sterminio celato (non troppo bene) è un soluzione geniale, perchè non lascia tracce visibili ed esplicitamente accertabili, non lascia segni da utilizzare poi come strumento per la compassione collettiva.
In pratica sono delle bombe che riproducono in tutto e per tutto il suono dell'esplosione di una bomba o di un attacco missilistico senza che però avvenga l'esplosione.
A seconda della potenza del suono e degli ultrasuoni (ho sempre avuto difficoltà con la fisica della propagazione del suono quindi spero di non scrivere cazzate!!) le conseguenze sono diverse:


Il dottor H., medico a Gaza intervistato da Alessandro Bernardini aggiunge altre informazioni: "Gli aerei israeliani volano a bassa quota infrangendo la barriera del suono. In quel momento è come se un terremoto entrasse nella tua casa, spaccando i vetri, e tutto quello che c’è dentro. Lo spostamento d’aria e la bomba sonora causano dei danni spesso permanenti. Dall’estate del 2005 ad oggi sono aumentati del 40% gli aborti e del 45% gli infarti".
Il suono non porta solo il dolore del corpo, ma "è una sorta di tortura. Tu non sai mai se quello che senti è un bombardamento vero o se è “solo” sonoro. Non sai dove andare, non sai a cosa aggrapparti. Non sai dove rifugiarti. E poi quando arrivano anche le bombe vere e allora devi sono sperare che cadano un pò più in là".

Ripenso ad Ahed a cui io non ho nenanche chiesto il nome.