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giovedì 15 gennaio 2009

Io boicotto

“La strategia più efficace per fermare un’occupazione sempre più sanguinosa è far sì che Israele diventi il bersaglio della stessa specie di movimento globale che fermò l’apartheid in Sudafrica”. Lo scrive Naomi Klein su The Nation (http://www.thenation.com/doc/20090126/klein?rel=hp_currently) ricordando come alcuni gruppi palestinesi da anni chiedono di condurre iniziative di boicottaggio e di disinvestimento contro Israele, simili a quelle che furono applicate al Sudafrica negli anni dell’apartheid. (http://www.bdsmovement.net/). L’intervento della Klein arriva mentre qui da noi le polemiche, gli imbarazzi, la confusione tra antisemitismo, antisionismo, critica al governo di Israele, si uniscono alla preoccupante difficoltà della sinistra di mobilitarsi contro il massacro a Gaza.
Alla causa del boicottaggio economico contro Israele – ricorda Klein – hanno aderito in questi giorni circa 500 artisti e studiosi israeliani. Questi “hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri chiedendo di sollecitare ai loro governi misure restrittive e sanzioni”. “Il boicottaggio al Sudafrica – continua citando la lettera – fu effettivo. Ma Israele viene trattato coi guanti bianchi. Questo sostegno internazionale deve cessare”. “Molti di noi – riflette ancora Klein – non riescono ancora ad abbracciare questa causa. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. Ma semplicemente non valgono abbastanza. Le sanzioni economiche sono l’arma più efficace nell’arsenale della non violenza”.
Naomi Klein passa poi ad analizzare e a confutare quattro obiezioni possibile al boicottaggio economico di Israele. La prima: “Le misure punitive allontanerebbero invece che persuadere Israele”. L’”impegno costruttivo” che il mondo adotta nei confronti di Israele – osserva qui la Klein – è tragicamente fallito”. Infatti nell’ultimo periodo “Israele ha goduto di una forte crescita delle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con una varietà di alleati”. “E’ in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra, con la certezza che non avrebbero dovuto affrontare significative reazioni.”
Seconda obiezione: “Israele non è il Sudafrica”. Naomi Klein cita a questo proposito il parere di Ronnie Kastrils, un politico sudafricano. Questi ha osservato che “l’architettura di segregazione vista all’opera nella West Bank e a Gaza è infinitamente peggiore di quella dell’apartheid”. “Il boicottaggio – aggiunge l’autrice canadese – non è un dogma, è una tattica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio può funzionare”.
Terza obiezione: “Il boicottaggio restringerebbe la comunicazione e noi abbiamo bisogno di più dialogo”. Naomi Klein cita a questo proposito un’esperienza personale: racconta di aver smesso di pubblicare i suoi libri in Israele con la casa editrice Babel e di aver scelto al suo posto la più piccola e indipendente Andalus, “una casa editrice militante, profondamente convolta nel movimento contro l’occupazione, la sola casa editrice israeliana che traduce testi arabi in ebraico. “Il nostro piccolo piano di pubblicazione – racconta ancora Klein – ha richiesto decine di telefonate, scambi di email e sms tra Tel Aviv, Ramallah, Toronto, Parigi e Gaza City. Voglio dire, appena inizia una strategia di boicottaggio il dialogo cresce in maniera fortissima. L’argomento secondo il quale il boicottaggio produce una separazione è specioso data la disponibilità di tecnologia a basso costo che abbiamo tra le mani”.
L’ultima obiezione analizzata da Naomi Klein è questa: “Non sapete che molti di questi giocattoli tecnologici provengono proprio dai centri di ricerca israeliani, all’avanguardia mondiale dell’informatica”? La Klein, a questo proposito, cita il caso di Richard Ramsey, responsabile di una compagnia inglese specializzata in tecnologia per internet. Dopo l’inizio dell’assalto a Gaza, Ramsey ha rotto i rapporti con la compagnia israeliana MobileMax con questa email: “A causa dell’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non ci riteniamo più nella posizione di fare affari con voi né con nessuna altra compagnia israeliana”. “Ramsey – spiega la Klein – ha dichiarato che la sua non è stata una decisione politica; semplicemente non voleva rischiare di perdere clienti”. E conclude Klein :“E’ stata questa sorta di freddo calcolo affaristico che ha portato molte industrie a rompere i rapporti con Sudafrica, vent’anni fa. E precisamente questo calcolo rappresenta la nostra più realistica speranza di rendere alla Palestina quella giustizia che le è stata così lungamente negata”.

[Naomi Klein]

venerdì 5 dicembre 2008

Power Point esplicativi....

Oggi gitarella fuori porta....

Oggi è venerdì...l'equivalente della domenica bolognese...ma pranzi sociali oggi neanche l'ombra.
Scatta però l'invito a pranzo.
Vale accetta.
Inaspettatamente mi ritrovo dentro lo stato di Israele, sulla Green Line, cioè quella avrebbe dovuto essere la Green Line da accordi...peccato che più si va avanti con gli anni, più la linea transita magicamente verso est con delle operazioni degne delle migliori stregonerie.

Già il pranzo dà il suo pensiero. Mi ritrovo sempre più spesso a leggere siti internet che inneggiano all'odio dell'arabo, però chissà perchè quando si vogliono globalizzare le merci tutti se volemo bene...cosicchè pranzo completamente arabo in Stato israeliano, circondata da simpatici militari che si abbracciavano i loro mitra-prostitute tra un boccone e l'altro.

Finita l'abuffata, andiamo quatti quatti verso il monastero maronita....so che esistono questi personaggi ma non so bene quale sia la loro filosofia di vita...mi documenterò.

Pochi metri sulla sinistra c'è Emmaus, luogo biblico sacro un pò per tutti.
Incontro una donnina italiana sui 35 indefiniti, che fa la "donna" in una comunità di preti.
Iniziamo a parlare.
Nella sua pace interiore mi illustra il pericolo dell'arabo, così diverso da me, CULTURALMENTE diverso!!!!
Ok parliamone perchè non ci siamo...
Tra un attore palestinese, dunque un arabaccio, che ha girato l'Europa che parla di Gramsci, di Van Gogh, di politica, di sesso, di rivoluzione-che-meno-male-che-continuiamo-a-crederci e tu suora senza velo che mi dici che il problema arabo-palestinese nasce nel cuore degli uomini, chi è il più "culturalmente" diverso da me????

Come è possibile che ci sia ancora qualcuno che creda che il problema della Terra poco-Santa sia il dialogo interreligioso? Come si fa a non voler vedere la vera natura della questione?

Di fianco ad Emmaus c'è un parco, "Canada Park" lo chiamavano...uno di quei posticini da grigliata domenicale per famiglie, un bosco meraviglioso...
Se non fosse che per costriure artificialmente quest'opera biologica, nel 1967 qualcuno ha avuto la lussureggiante idea di radere completamente al suolo tre villaggi arabi.
Questo è il link per vedere il trailer di un film,"Memory of the cactus" che parla proprio di questi tre villaggi...
Il mio brillante accompagnatore mi ha drammaticamente mostrato che sotto quell'albero c'era la casa di suo padre, che sotto quell'altro albero c'era il pozzo, che il tortuoso sentierino per ciclisti-faccio-fitness-per-dimagrire c'era la strada principale....

Sarò monotona, tremendamente monotona, ma per l'ennesima volta tristezza e rabbia assediano i miei pensieri.

Andrei dalla suorina laica ancora per chedergli cosa c'entrano in questo colonialismo contemporaneo i dissidi tra Allah, Jahvé e Dio?

Potrei fargli un Power Point per illustrarle sinteticamente quante volte in nome di questi dissidi uomini laici e religiosi hanno espropriato libertà, terra e vite.

Sto rileggendo questo post...mi dico da sola che sto veramente asciugando con tutta sta tristezza...va là che concludiamo in bellezza e con un pò di poesia, giusto per disegnare qualche fiorellino (come mio solito, dirà qualcuno...) sulla pagina di questa giornata.
Oggi mi sono incantata su un uccellino, era minuscolo, bianco e nero e se ne volava da solo in un cielo che così azzurro è solo in Palestina; per due minutini si è mosso sopra di me, un pò bloccato dal vento forte.
Mi sono sentita in compagnia....piccoli e insegnificanti che si sbattono...

lunedì 20 ottobre 2008

Suono Di Bombe

Non sapevo dell'esistenza delle sound bombs.
In realtà non so niente neanche delle bombe "convenzionali".
In realtà non so niente neanche di armi e munizioni.
In realtà non so niente di come si fa una guerra...forse come si fa una guerra si, come la si vive un pò meno.

Beh, recente acquisizione nel mio prontuario esperienziale è stata la sound bomb.
Un buon benvenuto fresco e pronto firmato Isreale, proprio il primo giorno a Ramallah.

Scoppio di una bomba in faccia a un attivista al muro. Una bomba????? Mi aspettavo di trovare braccia squarciate, visi mutilati, urla e tragedia come nella miglior riproposizione di Guernica.
In ospedale c'era invece un clima di ordinaria compostezza e il casino più grosso lo facevamo noi, in mezzo alle palle, a guardare senza troppe parole la scenetta.
Questo ho sentito: di essere uno spettatore a teatro, in uno di quegli spettacoli ermetici, surreali, di difficile comprensione. Mi sono sentita fuori posto.

Viso gonfio, camicia intrisa di sangue...mi chiedo se una bomba causa questo, chiedo se una bomba fa questo.

L'uomo stava lì su una barella, tartassato di domande da medici e giornalisti...Lo guardo,mi chiedo perchè accetta di essere circondato da estranei interessati alla sua situazione e non a Ahed, lui.
Forse "RESISTERE" vuol dire questo: ricordarsi del te stesso e contemporaneamente dissolverlo in qualcosa di più grande, un qualcosa che comprende anche te. Resistere, forse, è continuare..
Ed è per queto che mi sembra che il suo corpo perda identità: diventa per un istante UN corpo politico, che parla di politica, che mi dice ciò che sta accadendo.

L'uomo è un attivista al muro, uno politicante, non un ribelle americano dell'ultima ora; uno che probabilmente sa come dire, cosa dire e quando dire le cose; uno che stava al muro in una dimostrazione pacifica; uno che stava lì soltanto per parlare, per denunciare con le parole.
Ma a Ni'lin (il villaggio della manifestazione) la parola è fin troppo pericolosa e così un soldato decide di imporre il time-out.

Cos'è una sound bomb? Mi sono informata ma non è che ci abbia capito molto. Di sicuro ho capito che queste bombe non lacerano la pelle. In una logica di sterminio celato (non troppo bene) è un soluzione geniale, perchè non lascia tracce visibili ed esplicitamente accertabili, non lascia segni da utilizzare poi come strumento per la compassione collettiva.
In pratica sono delle bombe che riproducono in tutto e per tutto il suono dell'esplosione di una bomba o di un attacco missilistico senza che però avvenga l'esplosione.
A seconda della potenza del suono e degli ultrasuoni (ho sempre avuto difficoltà con la fisica della propagazione del suono quindi spero di non scrivere cazzate!!) le conseguenze sono diverse:


Il dottor H., medico a Gaza intervistato da Alessandro Bernardini aggiunge altre informazioni: "Gli aerei israeliani volano a bassa quota infrangendo la barriera del suono. In quel momento è come se un terremoto entrasse nella tua casa, spaccando i vetri, e tutto quello che c’è dentro. Lo spostamento d’aria e la bomba sonora causano dei danni spesso permanenti. Dall’estate del 2005 ad oggi sono aumentati del 40% gli aborti e del 45% gli infarti".
Il suono non porta solo il dolore del corpo, ma "è una sorta di tortura. Tu non sai mai se quello che senti è un bombardamento vero o se è “solo” sonoro. Non sai dove andare, non sai a cosa aggrapparti. Non sai dove rifugiarti. E poi quando arrivano anche le bombe vere e allora devi sono sperare che cadano un pò più in là".

Ripenso ad Ahed a cui io non ho nenanche chiesto il nome.